Convegno "Competenze e formazione per il Piano Olivetti per la cultura"
Convegno "Competenze e formazione per il Piano Olivetti per la cultura", promosso dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali e dal Ministero nell'ambito della seconda giornata di Lubec 2026: il MiC censisce 300 progetti e punta su nuove competenze Lucca, 15 ott – Circa 300 progetti censiti nelle diverse articolazioni del Ministero della Cultura, 680 candidature ricevute per il Premio Olivetti per l'accessibilità e un Atlante delle disuguaglianze culturali in preparazione per individuare i territori dove l'offerta culturale è più carente.
Sono i primi risultati e le prospettive del Piano Olivetti per la cultura illustrati da Stefano Lanna, direttore generale del Piano al MiC, durante il convegno "Competenze e formazione per il Piano Olivetti per la cultura", promosso dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali e dal Ministero nell'ambito della seconda giornata di Lubec 2026, al Real Collegio di Lucca.
Il Piano, ha spiegato Lanna, non è concepito come un intervento temporaneo di finanziamento, ma come un cambiamento permanente nelle modalità di azione del Ministero, con l'obiettivo di ridurre le disuguaglianze nell'accesso alla cultura e rafforzare i presìdi culturali nelle aree interne, nelle periferie e nei territori più fragili. Una trasformazione che richiede nuove professionalità e competenze trasversali, dalla progettazione integrata alla gestione dei partenariati, dall'analisi dei dati alla valutazione degli impatti. Su questo punto hanno insistito anche Gerardo Villanacci, presidente della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, e Gaetano Scognamiglio, presidente di Promo PA Fondazione, indicando nella formazione una condizione necessaria per tradurre gli obiettivi delle politiche culturali in interventi concreti.
"La Direzione Olivetti in questo primo anno di attività ha avviato una ricognizione delle iniziative riconducibili agli obiettivi del Piano e abbiamo individuato circa 300 progetti nei diversi ambiti delle articolazioni del Ministero della Cultura: rigenerazione culturale, accessibilità, giovani, biblioteche, archivi, digitalizzazione, educazione, partecipazione e comunità". Lo ha annunciato Stefano Lanna, sottolineando che il lavoro di ricognizione ha consentito di individuare esperienze e iniziative già presenti nel sistema culturale nazionale, sulle quali costruire nuove forme di collaborazione.
Tra i dati presentati anche le 680 candidature ricevute per il Premio Olivetti per l'accessibilità, un numero che, secondo il direttore generale, "testimonia quanto il tema sia ormai presente nella progettualità culturale". Lanna ha spiegato che amministrazioni, istituzioni e operatori chiedono sempre più frequentemente alla Direzione un confronto sulla qualità delle proposte, sulla sostenibilità degli interventi e sulla loro capacità di produrre risultati. "Questi dati ci dicono che nel sistema culturale italiano esiste una domanda significativa di competenze, accompagnamento e valutazione. La questione quindi non è soltanto creare nuove iniziative, è anche mettere in relazione quelle che già esistono, favorire lo scambio di competenze e costruire strumenti che consentano di migliorare la qualità dei progetti e trasferire le esperienze che funzionano", ha affermato. Il direttore generale ha chiarito la natura del Piano Olivetti, respingendo l'idea che si tratti esclusivamente di un nuovo canale di distribuzione delle risorse.
"Il Piano Olivetti non è, come qualcuno tenta di percepire, una missione a tempo, ma è un'attitudine di cui questo Ministero si vuole dotare per il prosieguo delle attività permanentemente. È un'attitudine che vuole movimentare i comportamenti, le capacità progettuali di tutte le articolazioni del Ministero", ha spiegato. Il programma intende orientare l'azione delle strutture ministeriali verso i cittadini che incontrano maggiori ostacoli nell'accesso alla cultura, per ragioni economiche, sociali o fisiche. Un ruolo centrale è attribuito alle biblioteche e alla filiera del libro, considerate strumenti fondamentali per ampliare le opportunità di conoscenza e partecipazione.
"Il Piano Olivetti non è un'ennesima struttura di articolazione del Ministero che distribuisce risorse pubbliche. Non è un progetto, è un'attitudine", ha ribadito Lanna, richiamando la necessità di valorizzare la rete territoriale del MiC e di orientarla verso una maggiore attenzione alle comunità. Tra le iniziative in preparazione figura l’Atlante culturale delle aree fragili: mappatura permanente delle esigenze culturali dei territori marginali, per il quale la Direzione ha avviato interlocuzioni con l'Istat e altri centri di ricerca. Lo strumento dovrà contribuire a individuare le condizioni di "siccità culturale", espressione utilizzata per descrivere le aree caratterizzate dalla scarsità di strutture, servizi e opportunità culturali.
"L'Atlante non sarà uno strumento di valutazione dei territori o delle comunità, ma uno strumento da utilizzare per chi opera nelle comunità e nei territori, uno strumento di analisi dei dati, perché se si conoscono i dati, si conoscono i contesti, si possono trovare soluzioni per compensare quelle situazioni di disagio, quelle situazioni di parziale accesso alla cultura", ha spiegato. Lanna ha inoltre annunciato che i progetti candidati al Premio Olivetti per l'accessibilità saranno premiati nei prossimi mesi in occasione del primo Salone italiano delle riviste, iniziativa dedicata a un comparto dell'editoria culturale che, ha osservato, svolge un ruolo importante nella diffusione della conoscenza e nel dibattito scientifico e accademico.
Tra le esperienze già avviate ha ricordato anche "Semi di comunità", progetto che prevede il ritorno temporaneo di opere d'arte nei territori di provenienza, accompagnato dal coinvolgimento di associazioni, scuole ed enti del Terzo settore, per superare la logica delle esposizioni occasionali e costruire relazioni durature tra patrimonio e comunità. Sul versante delle professionalità, il direttore generale ha indicato nella formazione uno degli strumenti decisivi per l'attuazione del Piano. "Restano naturalmente fondamentali le competenze specialistiche, tutela, conservazione, gestione del patrimonio, musei, biblioteche e archivi, ma accanto a queste servono sempre più competenze trasversali: progettazione integrata, gestione dei partenariati, partecipazione, comunicazione, valutazione degli impatti, uso dei dati e degli strumenti digitali. E serve soprattutto la capacità di lavorare tra settori e istituzioni diversi", ha sottolineato.
La formazione, secondo Lanna, deve essere costruita a partire dai bisogni concreti delle politiche pubbliche e coinvolgere non soltanto gli operatori culturali, ma anche amministrazioni, scuole, università, imprese, Terzo settore e comunità. "La domanda che dobbiamo porci non è soltanto quali corsi dobbiamo offrire, ma quali competenze servono per realizzare gli obiettivi del Piano. Questa è una distinzione importante perché sposta la formazione dalla logica dell'offerta formativa a quella del fabbisogno delle politiche pubbliche", ha affermato. "Il Piano Olivetti ridisegna la geografia dell'offerta culturale, concentrandosi sulle periferie, sui piccoli centri e sulla necessità di dare maggior risalto alle aree interne del nostro Paese, che in questo momento risultano fragili o comunque non valorizzate come meriterebbero". È il ruolo attribuito al programma da Gerardo Villanacci, presidente della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, che ha indicato nella riduzione dei divari territoriali e nel contrasto all'isolamento sociale due degli obiettivi principali dell'iniziativa.
"La cultura diventa, secondo l'impostazione del Piano Olivetti, un presidio sociale", ha sottolineato, richiamando la funzione di musei, biblioteche e luoghi della cultura come spazi nei quali costruire relazioni e opportunità di partecipazione. "Noi abbiamo bisogno di affrancarci da una condizione di isolamento che riguarda certamente le persone adulte, ma in primo luogo i giovani", ha aggiunto, soffermandosi sull'importanza di rendere accessibili i luoghi della cultura anche nei territori più distanti dai grandi centri urbani. Un'attenzione particolare è stata dedicata alle biblioteche, che Villanacci ha descritto come infrastrutture capaci di svolgere una funzione sociale quotidiana. "Le biblioteche stanno sempre più diventando dei centri civici. Il tema che la biblioteca diventi un centro civico significa non limitarsi a una visita estemporanea, così come accade con i grandi musei, ma consentire una vitalità sociale che deve essere mantenuta giornalmente sin anche nella provincia più profonda", ha spiegato. Il presidente della Scuola ha ricordato anche il ruolo delle librerie storiche e dell'editoria di prossimità, insieme alle opportunità offerte dalla digitalizzazione delle biblioteche, come strumenti per costruire una rete culturale più diffusa e contrastare l'isolamento. In questo quadro ha richiamato il principio di sussidiarietà, considerato fondamentale per valorizzare le capacità delle istituzioni e delle comunità locali. Villanacci ha inoltre collegato gli obiettivi del Piano alla visione di Adriano Olivetti, fondata su un rapporto stretto tra sviluppo economico, responsabilità sociale e centralità della persona.
"Olivetti pose al centro dell'attenzione l'uomo piuttosto che la fabbrica. La fabbrica è per l'uomo e non può essere il contrario", ha ricordato, indicando nel Piano il tentativo di tradurre una "visione industriale umanistica" in un'azione culturale diffusa sul territorio. Per il presidente, questa trasformazione richiede anche un investimento significativo nella qualità della formazione. "La formazione è un tema centrale della nostra Scuola, ma bisogna intenderla nel senso vero", ha affermato, richiamando l'impegno dell'istituzione nello sviluppo delle competenze e nelle iniziative dedicate alla cultura digitale. L'obiettivo, secondo Villanacci, è accompagnare il cambiamento delle istituzioni culturali attraverso professionalità adeguate e un più forte collegamento tra amministrazioni e territori. "La qualità di una politica pubblica dipende non soltanto dagli obiettivi che si propone e dalle risorse disponibili, ma anche dalla capacità di chi è chiamato ad attuarla".
È il principio richiamato da Gaetano Scognamiglio, presidente di Promo PA Fondazione, che ha sottolineato il rapporto tra efficacia delle politiche culturali e competenze delle persone chiamate a realizzarle. "La formazione non può essere considerata un'attività che accompagna gli investimenti, ma deve diventare parte integrante della progettazione", ha osservato, indicando nella progettazione integrata, nella gestione dei partenariati, nel coinvolgimento delle comunità e nel rafforzamento delle capacità amministrative alcuni degli ambiti prioritari di intervento. Scognamiglio ha sottolineato che gli investimenti nella formazione dovrebbero essere riconosciuti come una forma di capitalizzazione, anziché essere considerati soltanto spesa corrente, perché "la formazione fatta bene dovrebbe essere un investimento in capitale umano".
Il presidente di Promo PA Fondazione ha richiamato le condizioni delle aree interne, dove vivono circa 13 milioni di persone, pari a un quinto della popolazione nazionale, in territori caratterizzati da un patrimonio culturale diffuso ma anche da spopolamento, invecchiamento e difficoltà di accesso ai servizi. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda le biblioteche: secondo i dati Istat del 2025 citati da Scognamiglio, soltanto il 15% della popolazione le ha frequentate. "Questo ci porta a riflettere su quanto sia necessario passare dalla concezione della cultura come patrimonio disponibile a una cultura effettivamente accessibile", ha affermato. Per Scognamiglio, il Piano Olivetti rappresenta un'opportunità per collegare le iniziative dei territori a obiettivi comuni, recuperando una visione dello sviluppo nella quale cultura, lavoro, economia e qualità della vita sono dimensioni interdipendenti. "Il richiamo a Olivetti è un richiamo quasi emozionante, perché Olivetti dimostrò di mettere a terra la concezione dello sviluppo nella quale cultura, lavoro, economia e qualità della vita convivevano", ha spiegato, ribadendo che la capacità di tradurre questa impostazione in interventi concreti dipenderà soprattutto dalla qualità delle competenze messe a disposizione delle istituzioni e delle comunità.